Iconografia: l’Inferno
Coppo di Marcovaldo, Giudizio Universale (Inferno), decorazione musiva, 1260-1270, cupola del Battistero di San Giovanni, Firenze
Luogo di dannazione e tormento eterno dominato da Satana, l’Inferno cristiano – dal latino Infernus ossia “posto in basso” – trova le sue origini nell’Ade greco e nello Sheol ebraico. Tratto da fonti bibliche e testi profetici e inserito all’interno del Giudizio Universale per tutta l’epoca medievale, la sua trasposizione iconografica inizia a diffondersi solo nel X secolo per illustrare l’orrore e la perversione del male, con l’intento di terrorizzare i fedeli e indurli al pentimento.
Una delle rappresentazioni più antiche è parte della decorazione musiva della cattedrale di Torcello, seguita da quella della cupola del battistero di San Giovanni a Firenze di Coppo di Marcovaldo, che vede un raccapricciante Satana al centro della scena, tra serpenti, corpi straziati e fiamme, che afferra e dilania con enormi fauci le anime dannate. Non dissimile dalle successive interpretazioni di Giovanni da Modena per la basilica di San Petronio a Bologna e di Giotto per la Cappella degli Scrovegni. E se per i fiamminghi il modello da seguire è quello di Bouts, dalla seconda metà del XIV secolo i filoni narrativi da cui attingere materia infernale sono da ricercarsi nella Commedia dantesca. Come il groviglio di corpi martoriati dai demoni nei Dannati di Luca Signorelli, affresco per il ciclo del Duomo di Orvieto che anticipa il Giudizio michelangiolesco, mentre è di Botticelli il cono infernale con tanto di gironi, desunto alla lettera dalla Commedia, e di Bosch la summa più terrifica del mondo degli inferi mai raffigurata.
Più rare le rappresentazioni successive al Rinascimento. Il demoniaco si esaurisce come motivo teologico per trasformarsi in capriccio con l’epoca barocca. Fino al XVIII secolo, quando gli artisti traggono ispirazione da testi profani, dal Paradiso perduto di Milton, come nel caso delle visioni di William Blake, ma anche dal Faust, nel secolo successivo, mentre ritornano i riferimenti alla Divina Commedia e al Giudizio di Michelangelo nella Porta dell’Inferno di August Rodin. Fino ad assurgere a metafora di un’epoca contemporanea controversa e ritrovarlo nei teatrini macabri di Jake & Dinos Chapman o nei demoni di Federico Guida. E se Annie Leibovitz crea per la serie I Soprano un girone infernale metropolitano, Bill Viola, riprendendo la struttura del trittico, dà vita a una città che brucia nel pannello dell’Inferno della videoinstallazione The city of man. Anime dannate, fuoco e fiamme a rimarcare che al di là del bene l’unico destino è ne l’eterno dolore. Tra la perduta gente. Oggi come duemila anni fa.
[Roberta Vanali]




Nonche’ l’ottimo inferno nel Duomo di San Gimignano. Bello questo articolo – peccato non ci sono altre foto!
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